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“a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare”.

8 febbraio 2010

Pietro Ichino sul Corriere della Sera.

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9 commenti leave one →
  1. paolo tarabusi permalink
    10 marzo 2010 17:46

    Siccome però Ichino (in questo sostenuto dal suo degno compare d’altra sponda ma di pari amore per la macelleria sociale in salsa demagogica, Brunetta) ama l’equità, si adopererà per precarizzare anche i cinquantenni. Così non ve lo toglieranno da quel posto, ma almeno avrete il piacere di vederlo piazzato nello stesso posto anche agli altri. Va da sè che, precarizzati anche i padri, la paghetta, l’aiutino, la macchinina, l’appartamentino di cui godevate o nel quale potevate sperare, scompariranno. Sono soddisfazioni.

    Complimenti per la lungimiranza nella quale siete caduti nella new version della guerra fra poveri scatenata dai ricchi: la guerra generazionale. Altre versioni: dip pubblici vs privati; insegnati vs resto del mondo; donne vs uomini.

  2. vincenzo.marazzi permalink
    11 marzo 2010 01:04

    E complimenti anche alla lungimiranza di chi, sentendosi “garantito”, pensa solo a sfottere chi non lo è.
    Se il “divide et impera” ha sempre funzionato e continua a farlo è solo perché chi viene di volta in volta privilegiato ignora deliberatamente il significato della parola “solidarietà”, salvo poi invocarla quando le prospettive cominciano a cambiare.
    E le prospettive cambiano, è solo questione di tempo: fa tutto parte del disegno iniziale.
    Per trasformare i cittadini in sudditi occorre disgregare il tessuto sociale e il modo migliore di farlo è creare dei privilegiati.
    Il tutto funziona a meraviglia, ripeto, soltanto grazie allo squallore nonché alla scarsa intelligenza di chi pensa solo a garantirsi il proprio orticello e non vede un centimetro più in là del proprio naso.
    Se oggi tocca al mio vicino, io troverei logico preoccuparmi del fatto che domani possa toccare a me e cercare di coalizzarmi col vicino alo scopo di tutelare entrambi.
    Ma è un pensiero troppo alto per chi crede che l’ unica soluzione per qualsiasi problema sia scaricare l’ inculata su qualcun altro.
    Arroccarsi sui privilegi acquisiti, alla lunga, non ha mai pagato: il conto arriva sempre.
    Nessuno dà niente per niente.

  3. giovannamaria corsi permalink
    13 marzo 2010 10:30

    io lavoro in sanità e insegno nei master. Anno dopo anno mi arriva gente sempre meno preparata, sempre più cafonal, arrogante e insipiente. Siamo arrivati che oggi neppure sanno l’anatomia. E come primo lavoro finiscono nel Pronto Soccorso. Dove si gioca la vita. Non c’è da stupirsi che negli ospedali si muoia. Non c’è da stupirsi che costoro vogliano recludere gli “anziani” e buttarli nel pattume. E “pretendono” anche di poterlo fare. Ma la realtà è che ci stanno salvando o quelli che per puro caso hanno coscienza (rarissimi, sempre meno e, fatevene una ragione, spesso extracomunitari= han fatto la fatica di uscire da uno status ) o i “vecchi” quelli che passano di lì ed esplodono nel “ma che ‘azzo stai facendooo!!??”
    E quando non passano?
    Questo per dirne solo una. Poi se vogliamo parlare di agri/alimentazione, quello è un altro bel settore dove l’ignoranza e l’arroganza stanno facendo danni sulla salute a trebbiatrice.
    Es di 3 gg fa: non si ricordano (ovviamente) cos’ ha fatto il metanolo 20 anni fa nè hanno le informazioni giacchè han studiato press’a poco, tuttavia hanno la presunzione di sapere e poter fare a meno del ricordo/esperienza/parola altrui. Ovviamente il tipo ricoverato per avvelenamento ora è cieco.

  4. vincenzo.marazzi permalink
    27 marzo 2010 21:06

    “io lavoro in sanità e insegno nei master. Anno dopo anno mi arriva gente sempre meno preparata, sempre più cafonal, arrogante e insipiente”
    E se ne meraviglia?
    Provi a contare quanti tra i futuri medici sono figli di medici, poi ne riparliamo.
    Come già ampiamente dimostrato, i “garantiti” sono consapevoli di essere tali e si comportano di conseguenza.
    Certamente di garantiti ce ne sono pure tra i trentenni: essere “figlio di” rappresenta ancora una garanzia.
    Il fatto è che tra i trentenni i “garantiti” sono una esigua minoranza: i “figli di”, appunto. E basta.
    Gli altri, a differenza di chi ha 20/30 anni di più e, pertanto, campa di rendita (posto fisso, pensione, ecc. ecc.), stanno più o meno messi come gli extracomunitari.
    Questo, prescindendo completamente da qualsiasi forma di merito.
    Ai 50/60 enni posto fisso, stipendio e pensione decenti per pura e semplice questione anagrafica.
    Ai trentenni, precariato sottopagato a vita e sfruttamento in tutte le forme possibili, sempre per pura questione anagrafica.
    Non vederlo significa semplicemente non volerlo vedere.

  5. vincenzo marazzi permalink
    10 aprile 2010 12:18

    http://www.corriere.it/economia/10_gennaio_23/fubini_stringa_la_crisi_la_pagano_i_giovani_d474da7a-07fb-11df-b78d-00144f02aabe.shtml

    La crisi? In Italia la pagano i giovani
    Siamo in testa alla classifica Ocse: penalizzati i ragazzi. Il 60 per cento dei disoccupati ha meno di 34 anni

    Forse perché è insicura della propria identità, l’Italia adora paragonarsi al resto del mondo. Gli italiani prendono sul serio e compulsano febbrilmente qualunque classifica internazionale li riguardi, quasi avessero bisogno di scoprire chi sono tramite il giudizio altrui. Si specchiano negli altri per capire se stessi. Poi magari si deprimono o invece, altre volte, concludono che in fondo, a guardar bene certi indicatori, «siamo quelli che stanno meglio». Eppure c’è una graduatoria nella quale questo Paese occupa un posto importante, senza che questo attragga granché l’attenzione nazionale: siamo l’economia avanzata nella quale la minoranza costituita dai giovani ha pagato il prezzo più alto alla recessione, e continua a farlo. Statisticamente, le generazioni nate fra il 1974 e il 1994 hanno assorbito l’intero costo della più grave crisi economica del dopoguerra.

    Lo hanno fatto per tutti e in tutto, sia in termini di occupazione che nel livello delle retribuzioni. Lo hanno fatto a tal punto da aver assunto su di sé quasi tutti gli oneri di questi anni, risparmiandoli (almeno per ora, finché terrà la cassa integrazione) alla maggioranza di popolazione costituita dai padri e dai fratelli maggiori. Insomma quasi tutti i colpi li hanno incassati gli ultimi arrivati, la tipologia di residenti sul suolo nazionale demograficamente minoritaria. Nell’Ocse, il club delle trenta democrazie avanzate del pianeta, si tratta di un record che mette l’Italia al primo posto in questa graduatoria. Al secondo, un po’ distante, la Spagna. L’osservazione è di Stefano Scarpetta, capo della divisione Politiche e analisi del lavoro dell’Ocse di Parigi. Secondo le stime ufficiali, nota Scarpetta, in Italia nell’ultimo anno tutte le perdite nette di posti (il saldo fra assunzioni e licenziamenti) si concentrano nel bacino degli occupati atipici e temporanei; lì chi ha meno di 35 anni è in netta maggioranza: quasi il 60% della popolazione dei precari è nato dopo il ’74.

    In Spagna, il valore comparabile segnala un’emorragia di lavoro concentrata all’85% in questa fascia di popolazione giovane, e lo squilibrio è considerato così serio da essere al centro di un dibattito sull’ingiustizia intergenerazionale. In Italia se ne parla meno. In parte, forse è perché la disoccupazione non è salita altrettanto in fretta. In Spagna è rapidamente raddoppiata ed è ormai vicina al 20% mentre, nel biennio della grande frenata, la crescita italiana del tasso dei senza- lavoro è stata di circa due punti (all’8,3%, senza contare i cassaintegrati): meno della media europea e meno degli Stati Uniti, che viaggiano intorno al 10%. Ma la peculiarità italiana è appunto nella distribuzione squilibrata dei sacrifici: la mette in luce, con elaborazioni sulla base degli ultimi dati Istat (sui primi tre trimestri dell’anno), uno studio della ricercatrice Valeria Benvenuti della Fondazione Leone Moressa di Mestre. Nel confronto fra il 2008 e il 2009 l’ecatombe del lavoro dei giovani emerge così come l’autentica cifra italiana nella crisi. Si scopre che nella fascia di popolazione di chi ha fra i 15 e i 24 anni, il numero degli occupati è sceso dell’11,6%; in quella fra i 25 e i 34 anni si è ridotto del 5,5%; invece fra gli adulti e gli anziani in età lavorativa cambia tutto. Qui le tracce della grande recessione (ancora) non sono evidenti: nella popolazione residente in Italia compresa fra 35 e i 64 anni, il tasso di occupazione è addirittura salito (dello 0,9%) fra il 2008 e il 2009, mentre intanto l’economia crollava quasi del 5%. Più avanti si va nell’età anagrafica, più sembra che i lavoratori dipendenti siano protetti dagli effetti avversi della congiuntura.

    Non è dunque un caso se in Italia la maggioranza della popolazione disoccupata è costituita dalla minoranza (demografica) di popolazione giovane. Sull’esercito di 1,87 milioni di senza-lavoro italiani, oltre un milione di persone hanno meno di 34 anni; solo 840 mila ne hanno di più. Quasi il 60% dei disoccupati sono persone giovani. Si tratta di un dato che a suo modo riassume usi e costumi di una società, perché questi numeri sono il contrario esatto di ciò che ci si aspetterebbe dalla demografia. Gli adulti e gli anziani della fascia 35-64 anni sono molto più numerosi, 25,5 milioni. Il popolo dei nati fra il ’74 e il ’94 è invece di appena 14 milioni, eppure fornisce comunque il grosso dei disoccupati. Questa tendenza, presente da tempo, nella recessione non ha fatto che radicarsi. La disoccupazione nella fascia 15-24 anni nel 2009 è salita del 4,2%; quella nella fascia 25-34 dell’ 1,3%; e quella nella fascia 35-64 invece di appena 0,9%. Un motivo immediato di questa distorsione a danno dei giovani è semplice e ben noto: sono loro (con gli immigrati e i poco qualificati) a costituire il nerbo dell’esercito degli atipici, temporanei e insomma dei precari facili da licenziare alle prime difficoltà.

    Gli adulti sono invece più spesso inquadrati con contratti a tempo indeterminato, molto costosi da rescindere. È un mercato del lavoro spezzato in due e i dati dell’Istat-Fondazione Leone Moressa ne confermano le caratteristiche: quasi uno ogni quattro lavoratori dipendenti sotto i 35 anni ha un contratto temporaneo, mentre sopra i 35 anni lo ha solo il 7,7% degli assunti. Il risultato? Nel 2009 il numero dei dipendenti precari è crollato (meno 10,5% per gli under-35, meno 5,8% per gli over-35) e anche quello dei dipendenti permanenti è diminuito, ma in questo caso è successo solo per i giovani. Per gli over-35, paradossalmente, il numero dei lavoratori con un contratto permanente è invece addirittura cresciuto malgrado la crisi (più 2,4%). È proprio la strana storia dei dipendenti permanenti — crollati fra i giovani, cresciuti fra gli adulti e anziani— a segnalare che forse il precariato non spiega tutto del trattamento punitivo riservato in Italia ai giovani. Espressa in molti meccanismi, sembra pesare anche la preferenza generale di una società anziana per i suoi membri anziani.

    L’Italia concorre infatti anche per un altro primato internazionale: è abitata da persone molto più in là con gli anni che altrove. Secondo l’annuario della Cia, l’età mediana nel Paese è la terza più alta al mondo (43,3 anni) subito dietro il Giappone e la Germania. Le fette di popolazione nelle fasce 35-44, 45-54 e 55-64 anni sono tutte molto più numerose di quella della fascia 15-24 e, ancora di più, della fascia 5-14. Gran parte della popolazione è in età piuttosto matura. Forse è dunque normale che attraverso il welfare, i partiti, i sindacati o nelle imprese, emergano scelte collettive che favoriscono le maggioranze relative anziane (più organizzate, per il fatto stesso dei loro privilegi) a scapito delle minoranze giovani e disorganizzate. La stessa tendenza si nota del resto anche nell’andamento delle retribuzioni: quelle dei giovani e precari non solo sono più basse, crescono anche molto più lentamente. Così la forbice retributiva si allarga: fra il 2006 e il 2008, la differenza nella retribuzione media giornaliera fra un contratto permanente e uno a tempo determinato è salita da 18,17 a 21,38 euro: la crisi anche qui ha ampliato gli squilibri ai danni delle ultime generazioni.

    La busta-paga dei lavoratori dipendenti permanenti è cresciuta del 7,22%, mentre quella dei dipendenti a tempo determinato solo del 4,04%. Su questi valori, elaborati in base ai dati Inps, può incidere certo il fatto che molti atipici sono impegnati in mestieri semplicemente pagati peggio. E conta senz’altro la posizione di debolezza del precario nel negoziare il proprio compenso. L’impressione generale è però quella di un’Italia bizzarramente «democratica» nel modo di reagire alla grande crisi: ha deciso quasi tutto la maggioranza anziana, e lo ha fatto a proprio favore. Che poi davvero le convenga soffocare le speranze di quelli venuti dopo, la loro crescita professionale e capacità produttiva, le nuove nascite e il futuro di tutti—in una spirale di sempre maggiore invecchiamento «democratico » — è ovviamente un’altra storia.

  6. myself permalink
    10 aprile 2010 15:06

    “E se ne meraviglia?
    Provi a contare quanti tra i futuri medici sono figli di medici, poi ne riparliamo.
    Come già ampiamente dimostrato, i “garantiti” sono consapevoli di essere tali e si comportano di conseguenza.”
    Per carità, quello è vero ai livelli di dirigenza ma alla base c’è ormai un medico ogni 530 abitanti, li chiamano i medici-peones, a 50 anni stanno ancora al Pronto soccorso, alla CRI, alla San Vincenzo.. Se apre un buco di posto qualsiasi e vuole un responsabile medico lo trova con 600 euro al mese senza neanche vederlo mai, tanti ce ne sono sul mercato.
    E poi in sanità ci sono infermieri, fisioterapisti, odontotecnici ecc…L’altro giorno l’odonto su un ponte di 3 denti che fa? Di sua fantasia ne mette un quarto! Ma adesso se non ti piace un uomo a due gambe gli innesti la terza??? La fisioterapia è ferma a 30 anni fa. Andassero in America a vedere cos’è! mai visto uno che tirasse su il culo per vedere. O meglio, quelli che lo fanno sono nel volontariato ma lì non parliamo più di occupazione e generazioni ed è un’ altra faccenda.
    (tuttavia tangente perchè si dovrà pur scoperchiare la tomba del volontariato cattolico che sottrae posti col lavoro aggratis e delle cooperative che sono bodyrental a 3-6 euro l’ora… vabbè torniamo a bomba)
    Il mio vicino, fabbrica con 400 operai dice “10 anni fa prendevo uno non sapeva niente ma in 3 mesi lo formavo, adesso ne prendo uno e ci metto 10 anni. Non posso permettermelo.”
    Un ingegnere informatico gli ha fatto fuori una scheda da 32mila euro con un botto solo. Era poca cosa:questione di attenzione e di prendersi la responsabilità d’avere in mano una scheda da migliaia di euro.
    No, (genericamente parlando e senza fare di tutto un fascio) non si possono assumere, sono il prodotto di una scuola degradata e imbolsiti dai media, non sanno niente, non si applicano, non sono sostanzialmente motivati e non si vogliono prendere le responsabilità. Li motiva solo il fatto di dover guadagnare e non il sapere, non l’oggetto del lavoro in sè. Tanto che negli annunci è sparito il “lavoro in team stimolante” o simili.
    Era prevedibile: quando son comparsi ovunque i sostenitori del “ho una laurea e il posto me lo devi” (modalità che un tempo era tipica solo del sud) invece che “ho una laurea per me stesso e adesso so”…..
    Un solo fatto prova questo al di là dei casi, dei numeri, delle parole-chiacchiere: sono tanti i senza lavoro ma non sono finora riusciti ad organizzarsi/re nulla da sè. Non un movimento, non una presa di forza politica, non una piazza quando potrebbero riempirla.
    Sono centinaia i soli fuoriusciti dalle telco. No, stanno lì e chiedono a quell’altro di mollare il posto per prenderlo loro. Risponde alla logica che se ho un problema non guardo me stesso e quello che posso fare, come organizzarmi e le mie responsabilità ma dò la colpa al fuori-da-me.
    Poi fanno il blog, stanno su FB, si autoraccontano…quando devono riferirsi a chi il blog manco sa cos’è! Ma se voglio qualcosa la devo chiedere nella lingua del mio interlocutore o resto al palo! Solo i bambini piccoli sono autorizzati a chiedere nella loro lingua! eccheca..
    Questa delega è evidentissima nel sociale: quando si muovono non organizzano, si accodano. Su grillo, su berlusconi, sulla lega, su… basta che un altro parli per me.
    Ma a nessuno è venuto in mente che su tutto questo esiste una progettualità? Magari non sempre a tavolino ma istintiva: se abbasso la cultura, se creo le gelmini, se lego le persone ai (miei) media e le svuoto così di contenuti saranno solo pedine, massa, carne, merce.
    Come con le sementi e gli ogm: leghiamo le persone a uno standard che è mio e da cui non possono uscire. Come Windows, come Apple. Lo sapeva la religione ben prima di noi 😀

    Detto questo c’è una cosa che non si considera: che il 50enne di oggi paga lo slittamento in avanti della scuola, delle adolescenze, del mancato mercato del lavoro: ha ancora i figli da mantenere, il mutuo e i genitori anziani. Se perde il posto lui oggi ne “muoiono” almeno 5 di colpo. E’ una guerra fra poveri questa. Se non si alza e si sposta il livello si rimane fottuti.

  7. vincenzo marazzi permalink
    10 aprile 2010 16:11

    “Il mio vicino, fabbrica con 400 operai dice “10 anni fa prendevo uno non sapeva niente ma in 3 mesi lo formavo, adesso ne prendo uno e ci metto 10 anni. Non posso permettermelo.”
    Come scusa per sbaraccare e portare tutto in Cina o giù di lì non è male.
    Un cretino potrebbe anche crederci.
    “No, (genericamente parlando e senza fare di tutto un fascio) non si possono assumere, sono il prodotto di una scuola degradata e imbolsiti dai media, non sanno niente, non si applicano, non sono sostanzialmente motivati e non si vogliono prendere le responsabilità.”
    Non male anche questa come scusa per far lavorare la gente a gratis.
    Il giochetto di farci sentire degli inetti per continuare a sfruttarci però non funziona più: ormai è dai tempi di Fantozzi che viene usato, sarebbe ora di finirla.
    Ormai i trucchetti psicologici, francamente, hanno scassato davvero i coglioni.
    Io peraltro tutti sti cinquantenni/sessantenni dalle capacità iperboliche non li vedo mica.
    Vedo invece tante rendite di posizione di persone che mostrano ad ogni piè sospinto tutta la loro arroganza di garantiti.
    “Un ingegnere informatico gli ha fatto fuori una scheda da 32mila euro con un botto solo”
    Se era uno stagista a stipendio zero ha fatto soltanto bene a farlo.
    Uno che guadagna bene non ha alcun interesse a giocarsi un lavoro, se lo fa è semplicemente uno che non ha bisogno di lavorare.
    “Detto questo c’è una cosa che non si considera: che il 50enne di oggi paga lo slittamento in avanti della scuola, delle adolescenze, del mancato mercato del lavoro: ha ancora i figli da mantenere, il mutuo e i genitori anziani”
    Chi è causa del suo mal pianga sé stesso.
    Evidentemente a conti fatti gli conviene così, altrimenti anziché trincerarsi dietro i privilegi acquisiti si muoverebbero per cercare di modificare lo status quo.
    Ma addossare a noi quelle che sono responsabilità loro è evidentemente più facile.

  8. myself permalink
    21 luglio 2010 04:57

    mamma mia che povertà mentale! che incapacità a distinguere, che discorsi da ballatoio di casalinghe, idee precotte e decotte, frasi fatte, esperienza di vita zero, ricerca dell’ effetto mediatico, personaggio da velina che s’è inventato un blog a effetto per far parlare la stampa…
    vada a cercarli alle mense pubbliche, milanesi e non, gli ingegneri cinquantenni “garantiti”, rischia sorprese e…da 15 anni, mica adesso. Le faccio l’elenco di quelli con 3-4 figli ancora under 10? peracottaro.
    kein Stoff zu sprechen.

    • vincenzo.marazzi permalink
      23 luglio 2010 11:46

      Non c’è niente da fare, l’ unica con quelli della sua generazione sarebbe sbattervi tutti nelle foibe.
      Siete troppo teste di cazzo per tentare una qualsiasi forma di dialogo.

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